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Anna Maria Lorusso, Patrizia Violi

Anna Maria Lorusso, Patrizia Violi

Famiglie, barbari e guerraffondai: il caso Nassiriya

Pochi mesi fa Canale 5 ha trasmesso una fiction (anzi: una “Miniserie”, come la definiva la testata) dal titolo: “Nassyria. Per non dimenticare”.
Numerose le questioni semiotiche che ci è sembrata sollevare:
─ anzitutto (quasi a margine o preliminarmente) una riflessione sulla serialità: uno sceneggiato in due puntate può definirsi una serie? Cosa definisce la serialità: una caratteristica sintagmatica del testo, la collocazione in un certo slot del palinsesto, o il linguaggio filmico?
─ in secondo luogo, e soprattutto, una riflessione sulle rappresentazione identitarie che il film metteva in scena, giocando con stereotipi assolutamente nazionali (nel senso che anche lo stereotipo della famiglia non era uno stereotipo qualunque ma lo stereotipo italiano della famiglia) in cui il confine fra sé e l’altro era sempre per lo più giocato su un’appartenenza etnico-geografica
─ in terzo luogo, una riflessione sulla “intenzione socio-semiotica” del testo che, fin dal titolo, ma soprattutto nella sua organizzazione discorsiva, si presentava come un vero e proprio monumento, per non dimenticare appunto.
L’interrogativo centrale con cui lo abbiamo guardato, in definitiva, sollevava proprio questa domanda: come era costruita, testualmente, l’efficacia sociale di questo documento/monumento a militi mediaticamente fin troppo noti?







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