La serie televisiva Twin Peaks (USA, 1990-1991) di David Lynch ha ridefinito, secondo molti addetti ai lavori, le possibilità della narrazione in televisione. Lo stesso può dirsi, forse con minore notorietà ma pari successo di critica, per The Kingdom (Riget, Danimarca, 1994; Riget II, Danimarca, 1997) di Lars Von Trier. Temi come la relazione tra normalità e anormalità, sia biologica che morale, o come il naturale e il soprannaturale, pervadono entrambi i mondi attraverso una chiave assieme thriller e grottesca attraverso la quale si affrontano, sovente in modo inquietante, temi quali l’amore, la morte, la corporeità, la sessualità, la famiglia, il quotidiano. Gli obblighi imposti dalla serialità televisiva, apparentemente regolare e prevedibile, vengono via via sostituiti da una deriva che penetra nei contenuti narrativi ma anche nell’espressione del linguaggio audiovisivo. Il tutto genera un’impossibilità effettiva di controllo dell’evoluzione e delle diramazioni della fabula, così che ad una dinamica di aspettative e di attese si sostituisce progressivamente una logica del paradosso e del virtualmente possibile. Entrambe le serie esaltano una dimensione peculiare della televisione, ovvero il suo infinito potenziale di incrocio tra realtà disomogenee, per genere, per temporalità, per luogo. Più che al cinema, la connessione continua di infiniti canali e infinite visioni collettive è in linea con una sorta di “espressionismo soggettivo” che non mira a rappresentare né a costruire, bensì a rendere l’audiovisibile, anche nelle sue forme non definite, non compiute, non controllate, sempre riapribili, come una serie.