Ambito
Pedagogia
Stato
In corso
Oggetto
L’adozione di una cultura universitaria inclusiva richiede la capacità di interpretare la dimensione dei bisogni individuali in una prospettiva sociale e comunitaria, volta ad accogliere e valorizzare le differenze degli studenti per il benessere collettivo. In questo senso, diventa strategico proporre politiche e pratiche universitarie che coinvolgano l’intera popolazione studentesca, inclusi gli studenti che incontrano difficoltà dovute a ragioni socio-economiche e culturali e/o a situazioni di disabilità e Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA).
Più precisamente, secondo il rapporto dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR, 2022), la popolazione studentesca con disabilità e DSA rappresenta il 2,13% del totale degli iscritti alle università italiane. Come sottolineato dal documento, la serie storica dei dati del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) relativi agli anni accademici dal 1999/2000 al 2019/2020 mostra un aumento quadruplicato del numero di questi studenti. Nel complesso, la presenza delle studentesse è maggiore e in progressivo aumento in tutti i corsi di studio, con la sola eccezione dei corsi di dottorato, dove la componente maschile prevale.
Inoltre, un dato emergente di notevole interesse è che, nonostante l’assenza di un obbligo legale da parte delle istituzioni universitarie di prendersi carico di studenti con bisogni speciali in condizioni di svantaggio socio-economico, culturale e linguistico, il 46,6% delle università che hanno partecipato alla ricerca ANVUR (Borgonovi et al., 2022) fornisce supporto a questa tipologia di studenti su richiesta.
In questo contesto, è utile sottolineare l’importanza delle Linee guida della Conferenza Nazionale Universitaria dei Delegati per la Disabilità (CNUDD, 2014, 2025), che hanno delineato modalità e tipologie di servizi per sostenere l’inclusione degli studenti con disabilità e/o DSA.
Lo stato dell’arte relativo agli studenti con disabilità e DSA solleva nuove sfide per le università, finalizzate al miglioramento dei servizi in un quadro normativo internazionale fortemente radicato nei principi dell’inclusione. In particolare, la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (2006), attraverso gli articoli 30 “Partecipazione alla vita culturale e ricreativa, agli svaghi e allo sport” e 24 “Educazione”, rappresenta la bussola che orienta l’impegno accademico a favore di un’inclusione effettiva, che garantisce l’accesso alla cultura e all’istruzione universitaria e permanente come diritto inalienabile delle persone con disabilità.
I principi di uguaglianza ed equità promossi dalla Convenzione sono stati rilanciati, in termini di Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (ONU, 2015), in particolare con l’Obiettivo 4 “Garantire un’istruzione di qualità, equa e inclusiva, e promuovere opportunità di apprendimento permanente per tutti”.
Con riferimento al contenuto dell’Obiettivo 4, l’ultimo Rapporto Censis 2023/2024 evidenzia un dato preoccupante relativo al livello di abbandono universitario che riguarda gli studenti indipendentemente dal genere e su cui le università dovrebbero interrogarsi. Tale situazione va letta in uno scenario delle università italiane caratterizzato da persistenti disuguaglianze strutturali, con ripercussioni negative sulle opportunità di accesso all’università per la popolazione studentesca più svantaggiata dal punto di vista socio-economico (Censis, 2023).
Un’università inclusiva, impegnata a garantire il benessere di tutti, è anche chiamata ad assumere la questione di genere come politica fondamentale per la tutela dei diritti di equità e di pari opportunità. Secondo i dati MUR (2024), il numero di studentesse iscritte è superiore a quello degli studenti e risulta in progressivo aumento a partire dall’anno accademico 2021/2022.
Inoltre, la dimensione internazionale dell’università, sempre più valorizzata nei processi di valutazione, richiede l’adozione di una prospettiva interculturale, capace di accogliere gli studenti stranieri e promuovere scambi interuniversitari a tutte le latitudini. Lo stesso Rapporto Censis (2023) mostra un incremento positivo del numero di studenti stranieri iscritti nel nostro sistema universitario (+3,5% rispetto all’anno accademico precedente), che inevitabilmente invita a riflettere sulle sue diverse dimensioni.
Negli ultimi anni, le università hanno purtroppo dovuto prendere atto in più occasioni di preoccupanti livelli di disagio psicologico tra la popolazione studentesca, che talvolta sono sfociati in gesti estremi come il suicidio. L’incidenza dei problemi di salute mentale tra gli studenti universitari è aumentata in modo esponenziale nell’ultimo decennio (Porru et al., 2022). Recenti meta-analisi hanno stimato che il 33,8% degli studenti universitari nel mondo soffre di ansia e il 27,2% manifesta sintomi depressivi (Quek et al., 2019).
Su questo sfondo, si diffonde una retorica che enfatizza modelli di performance irraggiungibili e di competizione estrema, che non contemplano il fallimento come un’esperienza esistenziale circoscritta, spesso legata a fragilità che devono essere adeguatamente comprese e contestualizzate.
L’insieme dei dati e delle considerazioni presentate sollecita inevitabilmente una riflessione approfondita e, al tempo stesso, un solido impegno nella promozione del benessere, che non può essere concepita come una delle tante sfide dell’agenda accademica, ma deve invece essere assunta come una priorità socio-pedagogica da affrontare con interventi adeguati, strutturali e inclusivi (OMS, 2001; CUNDD, 2025).
La condizione di benessere si alimenta attraverso processi inclusivi fondati su esperienze partecipative che contribuiscono a riconoscere l’unicità dello studente, il valore del suo pensiero e la capacità di considerare i suoi diritti insieme ai suoi bisogni e doveri. In particolare, la possibilità per gli studenti con DSA e disabilità di partecipare alla progettazione dei propri percorsi formativi e dei servizi rappresenta un esempio di come l’Università possa incarnare l’affermazione delle organizzazioni delle persone con disabilità — “nulla su di noi senza di noi” — affinché questa non resti un mero slogan sbiadito dal trascorrere del tempo.
La piena partecipazione degli studenti e delle studentesse con disabilità nei processi di ricerca e progettazione che li riguardano segue un approccio metodologico emancipatorio, che si inserisce nel più ampio insieme delle teorie e metodologie della ricerca-azione partecipativa (Boog, 2003; Mortari, 2009). Si tratta di un modello di indagine proposto da diversi studiosi (Oliver, 1992; Barton, 2005) come uno dei paradigmi di ricerca potenzialmente più inclusivi per produrre nuova conoscenza favorendo al contempo l’emancipazione dei gruppi più marginalizzati — come le persone con disabilità — attraverso la loro piena partecipazione allo studio delle questioni rilevanti per la loro vita (Taddei, 2018).
In questa direzione, il movimento Student Voice persegue traiettorie emancipatorie attraverso diverse azioni di advocacy che difendono il diritto alla partecipazione di tutti gli studenti. Infatti, nonostante le pari opportunità di accesso e le tutele legislative volte a garantire il diritto all’istruzione superiore per gli studenti con disabilità, esistono ancora numerose barriere sociali e fisiche (Agarwal et al., 2015; Bellacicco, 2018) che ne impediscono la piena partecipazione alla vita accademica. Ciò si traduce in un impoverimento qualitativo del successo formativo, con ripercussioni sull’acquisizione di competenze, atteggiamenti e abilità spendibili nei futuri contesti di vita, non ultimo quello del mondo del lavoro (Giaconi, 2015).
L’Università è chiamata a ripensare il proprio compito istituzionale integrando parametri di accessibilità, qualità ed equità nella valutazione delle proprie pratiche didattiche, valutative e organizzative, per realizzare un’educazione e una formazione inclusive per tutti. È in queste premesse che si collocano diverse ricerche volte a individuare i fattori che facilitano o ostacolano l’apprendimento e il senso di appartenenza nel contesto accademico (de Anna, 2016); tra queste, un filone di studi si inserisce all’interno del Students’ Voice Movement (Beardon, 2009; Grion, 2017; Bellacicco, 2018).
Nato negli anni ’90 in ambito internazionale, questo movimento mira a valorizzare il ruolo attivo e partecipativo degli studenti nella comprensione e nell’analisi critica dei propri contesti educativi (Grion, Cook-Sather, 2013; Cook-Sather, 2014), attraverso la creazione di spazi in cui le “voci” degli studenti siano ascoltate, riconosciute e legittimate come elementi trasformativi del contesto educativo.
In questa prospettiva, a partire dagli anni ’90 si è sviluppata una tradizione di ricerca che, utilizzando diversi metodi qualitativi, ha dato spazio alla voce degli studenti con disabilità (Hurst, 1996; Moriña Díez et al., 2015; Kendall, 2016; Bellacicco, 2018). Tuttavia, dall’analisi della letteratura (Beardon, 2009; Pavone, Bellacicco, 2016; Seale, 2017) emerge la necessità di approfondire l’ascolto degli studenti con disabilità all’interno dell’istruzione superiore attraverso indagini sul campo che mettano in luce il loro contributo allo sviluppo delle politiche e dei servizi universitari a loro dedicati.
Le considerazioni emerse portano a una riflessione sull’inclusione e sul benessere nei contesti universitari nella direzione del Universal Design for Learning (CAST, 2018; Alba Pastor, 2019). La creazione di situazioni ed esperienze di apprendimento positive per l’intera popolazione studentesca presuppone un cambiamento di paradigma che intrecci i pilastri pedagogici dell’educazione inclusiva con la progettazione curricolare.
L’Universal Design è al cuore di questo paradigma nella misura in cui i fondamenti educativi, le innovazioni metodologiche, le risorse e le valutazioni si basano su un approccio inclusivo, attraverso il quale si realizza il diritto di apprendere, socializzare, partecipare e progredire in spazi comuni di tutti e per tutti (Forteza Forteza et al., 2022).
Obiettivi
1. Realizzare una ricognizione europea sul tema dell’inclusione universitaria, focalizzando opportunità, punti di forza e di criticità a partire da una revisione della letteratura e della normativa.
2. Approfondire il tema attraverso la partecipazione diretta a Convegni nazionali ed internazionali.
3. Analizzare l’evoluzione delle strategie inclusive dell’Università degli Studi della Repubblica di San Marino attraverso le dimensioni culturali, normative e dei servizi.
4. Comunicare i risultati dello studio alla comunità sammarinese.
Metodologia
1. Studio della letteratura e della normativa nazionale ed internazionale, con particolare riferimento all’Europa.
2. Partecipazione ai seguenti Convegni nazionali ed internazionali:
Convegno Sipes, Verona novembre 2025
Convegno Internazionale CIUD, Granada, novembre 2025
Settimana dell’Inclusione Unimc, marzo 2026
Conferenza Internazionale Sipes, Università di Malta, aprile 2026
3. Analizzare le strategie inclusive dell’Ateneo sammarinese attraverso analisi documentale e colloqui con testimoni privilegiati.
4. Redazione della pubblicazione e organizzazione di momenti di comunicazione pubblica.
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Stato dei lavori
Il progetto, inserito nel piano annuale della ricerca 2025-2026, approvato dal Consiglio di Dipartimento nella seduta n.7/2025 del 5 dicembre 2025 è attualmente nella fase di raccolta dati.